Da Alessandro Del Piero a Daniele De Rossi – Quando un giocattolo si rompe
Due righe sull'addio al calcio giocato di Daniele De Rossi

Da Alessandro Del Piero a Daniele De Rossi – Quando un giocattolo si rompe

E’ passato qualche anno da quando Alessandro Del Piero ha smesso di giocare.
Ha rappresentato, da calciatore, una sorta di paradosso per chiunque ami il calcio e non sia tifoso della Juventus.

Era simpatico, però andava ritenuto antipatico vestendo la maglia bianconera.
Era un bravo ragazzo, però portava avanti la causa della squadra più odiata d’Italia

Non c’era verso di apprezzarlo in maniera completa, così come risultava impossibile odiarlo e basta.

Il fattore, ovviamente, era il particolare che giocasse per la Juventus e ne portasse in alto i colori con ogni suo sforzo.

Durante il campionato non mancava occasione per offenderlo, prenderlo in giro ed esultare ad ogni suo – rarissimo – errore di gioco.
Poi iniziavano le competizioni per le nazionali ed il discorso cambiava.

E’ sempre così, no?
Odi un giocatore tutto l’anno, sportivamente parlando, ma poi c’è sempre l’occasione in cui si accende la lavagnetta luminosa, l’arbitro autorizza il cambio e pensi:
“Dai Cazzo! Entra Del Piero/Totti/Toni! Mo li sfonnamo”

del piero in nazionale
Qui potrei avergli voluto un pizzico di bene. Lo ammetto.

Quando poi smise di giocare, qualcosa cambiò.
Questo perché Alessandro Del Piero non scelse esattamente di smettere: fu costretto a farlo.

Una società, che gestiva il più classico dei gioco per adulti, decise di fare la società e non rinnovò il contratto ad una delle sue bandiere.
Qualsiasi tifoso ne condannò il gesto e, di colpo, Del Piero divenne una figura “apprezzata” da tutti.

Accadde però anche altro: La Juventus, comportandosi cosi, fornì una sorta di balsamo per l’anima di ogni tifoso delle altre squadre.

La Juve vince tutto, sono una squadra di marziani, hanno possibilità che nessun’altra squadra – se non il Milan di Berlusconi e l’Inter di Moratti – hanno.
Però non hanno cuore.

Il fattore “cuore” metteva in condizione chiunque di sentirsi in qualche modo migliore.
Coccolato. Sicuro che “magari vincono tutto… però a casa mia queste cose non si fanno. A casa mia si porta rispetto a chi ti dona la sua vita sportiva”.

E’ stato così per anni.
Si guardava a quel rullo compressore bianconero e ci si consolava in qualche modo pensando che magari loro vincevano… però le altre squadre potevano avere le bandiere. Perché nelle altre squadre le bandiere si rispettavano.
Senza se e senza ma.

Le Bandiere amavano la squadra e la squadra/i tifosi trattavano quelle bandiere come figli e fratelli.

Questo, a Roma, è stato vero fino al 26/05/2019.

Una decina di giorni fa è stato comunicato per vie ufficiali che dopo 18 anni il contratto di Daniele De Rossi non sarebbe stato rinnovato.

Non una motivazione, non una spiegazione da parte della società americana che ora ha in mano l’AS Roma ne, tanto meno, una possibilità di confronto.

E’ stata fatta una conferenza stampa con presenti il Giocatore ed un rappresentate della società ma l’esito è stato imbarazzante.
Speravano forse di poter appianare le polemiche sollevate ma non hanno tenuto conto che Daniele De Rossi è sicuramente un uomo di Sport ma DDR è soprattutto un Uomo.

Se è sicuro di quel che dice non si fa problemi a dirlo. Prendendosene la conseguenze, se poi diventa necessario.

Il 26 Maggio 2019 si è chiusa un’era per la Roma e per i tifosi Romanisti.

Se da un lato non ho fatto mistero del fatto che sentissi questo addio diversamente rispetto a quello di Totti avvenuto un paio di anni fa, dall’altro non posso fare a meno di avercela con chi oggi, quella società, ce l’ha tra le mani.

Non posso non puntare il dito ed incazzarmi perché dopo anni di niente, di figure imbarazzanti figure alternate a fugaci momenti di gioia, ora mi è stato tolto anche il diritto di sentirmi moralmente più in alto di chi, alla fine della giostra, comunque sarà destinato a vincere tutto.

Dopo questo sarò comunque Romanista e continuerò a tifare per la mia Roma. Continuerò a cantare e saltare sul divano anche se la mia Roma dovesse tornare ad essere la “Rometta”.

Essere tifoso non lo scegli con la testa. Non è una cosa che stabilisci in base a vittorie o sconfitte.
Essere tifoso di una squadra è come nascere in una famiglia piuttosto che in un’altra.
Capita. Non lo scegli e non lo decidi. Però è così e ti starà bene per tutta la vita. Anche se in quei 90 minuti ti mangerai i gomiti e dirai ai tuoi fratelli sportivi/adottivi le peggiori cose che su questa terra si siano mai sentite.

Rimane il fatto però che non si tratta così un uomo che ti ha dato tutto e che ti ha sempre dimostrato Rispetto, Integrità e che – come diciamo a Roma – c’ha sempre messo il fritto.

Non esiste. Non sta né in cielo né in terra.

Avete rotto il giocattolo di una marea di poveri adulti.

Vergognatevi.

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